intervista
di Manuela Orsini Merani
C’è una signora con il camice bianco che da anni fa discutere e apre uno scenario sulla sanità. Lei è un tipo non convenzionale e si chiama omeopatia.
Vi è mai capitato di andare in farmacia per acquistare un prodotto omeopatico e ricevere questa risposta dal vostro farmacista: il prodotto non è più reperibile.
Altro neo sotto gli occhi di tutti da troppi anni: in Italia come in altri Paesi europei all’interno delle confezioni mancano foglietti illustrativi che vanno a spiegare ai consumatori con chiarezza le indicazioni terapeutiche e la posologia.
Come mai? Vi sembra giusto? Potrebbe essere un enigma della sfinge. Solo che, con questo caldo anche lei si astiene da porci ulteriori quesiti.
Eppure la matematica non è un’opinione, il numero degli Italiani che ricorrono all’omeopatia è in crescita, da quanto emerge dall’indagine “Scenario e consumatori di medicinali omeopatici 2025” promossa dall’istituto di ricerca Eumetra per Omeoimprese, (ndr l’associazione di categoria che raggruppa le imprese del settore)
Da altri dati ricavati da Eurispes già nel 2017, la bellezza di nove anni fa si parlava di una percentuale pari al 76,1% di consumatori che eleggono la più diffusa, tra le pratiche di medicina non convenzionale, udite, udite proprio l’omeopatia.
L’omeopatia da sempre ha sollevato polemiche, in relazione alla sua reale efficacia e ufficialità.
A rispondere ad alcune delle nostre domande è il dottore e omeopata Elio Rossi, dal 1998 fino al 2023 responsabile del centro di coordinamento aziendale per le medicine complementari dell’Azienda USL Toscana nord ovest. Centro regionale toscano di riferimento per l’omeopatia dal 2002.
Rossi vanta un curriculum di tutto rispetto, un estratto:laurea in medicina e chirurgia all’università statale di Milano nel 1979, proprio quando inizia a praticare omeopatia che inizia a studiare nel 1977. Si specializza in malattie infettive nel 1982. Dal 2010 diventa anche responsabile dell’ambulatorio di medicine complementari e alimentazione in oncologia. Autore di pubblicazioni, per citarne alcune: “Primo soccorso omeopatico” e “Cibi che guariscono”, direttore scientifico dal 1998 della rivista “Medicina naturale” e relatore di tanti congressi internazionali, tra le quali “Terapie non convenzionali e AIDS” ad Haifa in Israele .
Perché si ricorre più frequentemente all’omeopatia, qual è il suo punto di forza?
Si può definire anche non convenzionale, è una medicina dolce che i pazienti usano per una scarsa o assente presenza di effetti avversi. Esiste una serie di persone che hanno difficoltà a usare le medicine convenzionali, perché sono allergiche o ipersensibili. E un altra serie di pazienti ideologicamente a favore di queste forme naturali di trattamento. Hanno scelto di fare una vita più ecologica. Tendono a mangiare in un certo modo, con alimenti biologici e privi di pesticidi. E un altra quota di pazienti, tanti, che non hanno trovato risposte adeguate nel trattamento convenzionale. Anni fa all’inizio della nostra esperienza nell’ospedale di Lucca facemmo una ricerca e scoprimmo che più del 60% dei pazienti si rivolgevano all’omeopatia nella speranza di trovare una soluzione al loro problema che, non era stato risolto dalla medicina convenzionale. O meglio non era stato risolto in maniera radicale.
Un esempio?
«Un bambino che si ammala frequentemente e viene curato con l’antibiotico, ma dopo una settimana si riammala, presenta un problema a livello immunitario che la medicina tradizionale non era capace di risolvere».
Quali sono i pazienti che ricorrono all’omeopatia?
«I bambini fino a 6 anni vengono portati prevalentemente per infezioni a livello respiratorio acute e recidivanti. Si ammalano di tracheiti, bronchiti e forme influenzali. Dai 7 anni sono più comuni i disturbi di tipo allergico, raffreddore da fieno, asma allergica e dermatite atopica. Negli adulti ci sono tutte le patologie che vede il medico di famiglia».
In questo numero parliamo di alimentazione, come è cambiata nel corso degli anni portando anche conseguenze in relazione ai consumi e patologie dei consumatori. Vedi anche vaccinazioni a tecnologia mRNA e quant’altro. L’omeopatia in tutto questo che ruolo può avere?
«Il trattamento omeopatico si basa anche su una serie di indicazioni che cercano di correggere stili di vita non salutari, diciamo scorretti. Parliamo di alimentazione e attività fisica. In relazione a malattie croniche, soprattutto nelle malattie oncologiche. Esistono tante variabili da questo punto di vista e dei criteri generali come la riduzione di alimenti che vengono definiti dannosi, i carboidrati raffinati, gli zuccheri, la carne rossa rispetto alla possibilità di utilizzare pesce e carni bianche. Prediligere dunque, alimenti biologici e naturali, verdure e frutti di colori diversi. Ciascuno colore corrisponde a contenuti vitaminici e nutrizionali di tipo diverso».
Il profilo dell’omeopata in Italia ha sempre sollevato polemiche e persiste ancora un po’ di diffidenza, ma perché si sceglie questa professione e ad oggi quali possono essere i nuovi sbocchi?
«La risposta presenta dei chiari e scuri. Ero ancora studente quando ho seguito il primo corso. C’è stata una grande ondata di interesse negli anni 2000 verso l’omeopatia e da li si è delineata anche una opposizione mass mediatica molto forte, alimentata da parte dei cosiddetti “baroni” della medicina ufficiale. Però ci sono farmaci come l’arnica che è diventata quasi convenzionale e usata da tutti. Manca una valorizzazione del sapere omeopatico, i pazienti fedeli a queste cure ci sono. Diventa sempre più difficile reperire i farmaci omeopatici e anche se un farmaco omeopatico è prescritto viene pagato di tasca propria dal paziente, a differenza dei medicinali convenzionali».


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