
di Francesco Boicelli
Mentre il calendario ci conduce verso il 21 aprile, Roma si prepara a celebrare il suo Natale, rievocando quel solco primigenio che, secondo la tradizione di Varrone, venne tracciato sul Palatino nel 753 a.C. Eppure, dietro l’immagine marmorea di Romolo e della Lupa, la storia e il mito conservano trame molto piรน fitte e stratificate, suggerendo che la nascita della Cittร Eterna non fu un atto isolato, ma il punto di convergenza di un intero Mediterraneo in movimento. Se la narrazione canonica, cristallizzata in epoca augustea per esigenze di prestigio imperiale, ci parla di un rito latino volto a stabilire un confine sacro e inviolabile, le fonti antiche tramandano visioni alternative dove il nome di Roma non deriverebbe dal suo primo re, ma dal coraggio di donne troiane o dall’eroismo di profughi greci giร attivi sul territorio secoli prima dell’etร del ferro. Si racconta infatti che le profughe al seguito di Enea, sfinite da anni di interminabili peregrinazioni tra i flutti, decisero di incendiare le navi sulle rive del Tevere per costringere gli uomini a rinunciare definitivamente al mare e stabilirsi in quella terra fertile e ricca d’acqua; tra queste spiccava una figura carismatica di nome Rome, che avrebbe dato il nome al primo insediamento, originando tra l’altro la curiosa usanza dello ius osculi, il bacio tra parenti, nato originariamente come gesto di supplica delle matrone per placare l’ira dei mariti dopo il rogo della flotta, un rito che sarebbe poi rimasto impresso nel costume sociale romano per secoli.
Questa stratificazione mitologica prosegue e si approfondisce con la figura di Evandro, il principe greco giunto dall’Arcadia ben prima del solco romuleo, che avrebbe fondato sul Palatino il villaggio di Pallantio, portando con sรฉ l’alfabeto, le leggi e i culti ellenici, agendo come un vero e proprio ponte culturale tra la Grecia e il Lazio profondo. In questo paesaggio pre-romuleo, giร carico di una sacralitร ancestrale, si inserisce anche l’epopea di Ercole, che di ritorno dalle sue fatiche liberรฒ l’Aventino dal mostruoso gigante Caco e istituรฌ l’Ara Massima, lasciando un’impronta divina che i futuri romani avrebbero gelosamente custodito nei loro trionfi militari. Accanto a queste figure di civilizzatori solitari, la storiografia antica conserva tesi piรน collettive e guerriere, come quella che attribuisce la fondazione ai Pelasgi, l’antico e misterioso popolo migrante che avrebbe battezzato la cittร Rhรดme โ dal greco “forza” โ per celebrare la propria supremazia bellica e la capacitร di sottomissione delle popolazioni locali. Altre varianti ancora, citate da Plutarco, arrivano a vedere in Roma l’ereditร diretta dell’ingegno di Ulisse attraverso la figura di suo figlio Romos, unendo cosรฌ la nascita della cittร non solo al valore del sangue troiano, ma alla saggezza e all’astuzia dei vincitori di Troia.
In questo intreccio inestricabile di leggende e rivendicazioni etniche, il 21 aprile smette di essere solo la celebrazione di una data convenzionale per diventare il simbolo di una cittร nata per essere, fin dal suo primo respiro, un’entitร universale e cosmopolita. La complessitร di questi racconti rivela che Roma non fu il prodotto di un’unica stirpe, ma un crogiolo di culture dove l’eroismo troiano, la sapienza greca, la forza dei popoli nomadi e la determinazione latina si sono fusi in un unico, inarrestabile destino. Celebrare oggi il Natale di Roma significa dunque onorare non solo un uomo che tracciรฒ un confine con l’aratro, ma il desiderio comune di popoli diversi di trovare un centro nel mondo, trasformando un modesto gruppo di colli lungo il Tevere nel palcoscenico dove l’umanitร intera ha imparato a chiamarsi cittadina.


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