
di Francesco Boicelli
L’approdo della prestigiosa Collezione della Fondazione De Vito negli spazi del Forte Pietro Leopoldo I, comunemente noto come il Fortino, nel cuore di Forte dei Marmi, non rappresenta soltanto un evento espositivo di rilievo per la Versilia, ma si configura come un vero e proprio viaggio immersivo nel cuore pulsante del “Secolo d’Oro” della pittura partenopea, un’epoca in cui Napoli si affermò come una delle capitali artistiche più vibranti d’Europa. Questa rassegna, intitolata “Pittura a Napoli dopo Caravaggio”, è visitabile dal 27 marzo al 27 settembre 2026 e ambisce a tracciare l’eredità profonda e vitale lasciata dal passaggio di Michelangelo Merisi nella città del sole, esplorando come quel naturalismo radicale, a tratti brutale e sempre profondamente umano, sia stato assorbito, rielaborato e infine trasformato in un linguaggio autonomo dai maestri locali e dai forestieri che ne rimasero folgorati. Al centro dell’operazione culturale, promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli, vi è la figura di Giuseppe De Vito, collezionista e studioso raffinato che ha dedicato la sua intera esistenza alla ricostruzione filologica di questo capitolo della storia dell’arte, mettendo insieme un corpus di opere che oggi dialogano tra loro all’interno delle storiche mura del Fortino per raccontare una parabola artistica fatta di contrasti violenti, luci teatrali e un’umanità dolente ma maestosa. Il percorso espositivo, curato da Nadia Bastogi, si snoda attraverso una selezione di 39 dipinti esemplari dove la lezione del “naturale” caravaggesco evolve verso forme espressive straordinariamente diversificate, dimostrando come il seme gettato dal Merisi sia germogliato in direzioni inaspettate: dalla materia ruvida, quasi tattile e ossessivamente realistica dello Spagnoletto, Jusepe de Ribera, che indaga le rughe dei santi e la pesantezza delle carni con una precisione chirurgica, si passa alla grazia più composta, lirica e classicista di autori come Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, capaci di fondere la forza del chiaroscuro con una morbidezza cromatica quasi poetica. In queste sale, il visitatore può percepire la vibrazione di una pittura che non teme mai il confronto diretto con il reale, dove ogni dettaglio — dalle venature del calcare delle architetture dipinte alla polvere che sembra posarsi sulle strade, fino alla rigida pesantezza dei tessuti sacri o alla lucentezza cangiante delle sete nobiliari — diventa protagonista di una messa in scena universale che trascende il tempo. Questa tensione tra il sacro e il profano trova il suo culmine nella transizione verso il pieno barocco, affidata ai pennelli dinamici e alle composizioni monumentali di Mattia Preti e Luca Giordano; questi “giganti” della pittura secentesca furono capaci di traghettare il dramma delle ombre profonde verso aperture atmosferiche e scenografie di immenso respiro, segnando il definitivo trionfo di una scuola che, partendo dall’oscurità delle taverne caravaggesche, approdò alla gloria dei grandi soffitti affrescati. Visitare questa mostra al Fortino, durante tutto l’arco della stagione estiva fino a fine settembre, significa dunque non solo godere della bellezza estetica di capolavori raramente accessibili, ma confrontarsi con un’eccellenza che unisce il rigore della ricerca storica alla pura emozione visiva, offrendo una chiave di lettura moderna e necessaria su come il buio di Caravaggio sia riuscito a generare una luce vibrante, inestinguibile e ancora oggi sorprendentemente attuale per la sua capacità di scavare nell’animo umano.

Lascia un commento