di Maria PRIMERANO

Non poteva non passarmi per la mente Albert Schweitzer quando, quel pomeriggio di gennaio in ospedale, entrata nel reparto di oncoematologia pediatrica per fare una consulenza cardiologica, ai miei occhi si presentò qualcosa di inconsueto.

Era giunto un regalo. Un pianoforte, un August Forster.

Era un miraggio.

La mia vista si offuscò per l’emozione.

Da tanto tempo desideravo vedere un pianoforte in ospedale. Sicché, come drogata, mi avvicinai e presi a suonare.

Dopo poco una mamma si presentava accanto allo strumento con la sua bambina ricoverata …

Albert Schweitzer.

Il suo era stato certamente un funerale di poesia.

Quel 4 settembre 1965 migliaia di canoe, infatti, attraversarono il fiume per portare l’ultimo saluto al benefattore, che sarebbe stato seppellito presso l’ansa, mentre i giornali occidentali ne annunciavano la morte: Schweitzer, uno dei più grandi figli della Terra, si è spento nella foresta.

Sto parlando di Albert Schweitzer, medico, organista, musicologo, filosofo e filantropo alsaziano che non volle più ritornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. Diciannove furono infatti i suoi soggiorni in Africa dove operò a favore dei poveri e degli ammalati, a Lambaréné. E lì morì, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Vasto, e lì fu sepolto.

La decisione di dedicarsi agli indigeni africani era stata sofferta.

Così, infatti, scriveva:

Il progetto che stavo per mettere in atto lo portavo in me già da lungo tempo. La sua origine rimontava ai miei anni di studentato. Mi riusciva incomprensibile che io potessi vivere una vita fortunata, mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori […] Mi aggrediva il pensiero che questa fortuna non fosse una cosa ovvia, ma che dovessi dare qualcosa in cambio […] Quando mi annunciai come studente al professor Fehling, allora decano della Facoltà di Medicina, egli avrebbe preferito spedirmi dai suoi colleghi di psichiatria.

Ma, dopo aver letto un articolo sulla drammatica situazione delle popolazioni africane afflitte da lebbra e malattia del sonno, bisognose di un’assistenza medica, nella lettera inviata al direttore della Società missionaria di Parigi, Alfred Boegner, così spiegava la sua scelta:

Qui molti mi possono sostituire anche meglio, laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile.

Partì dunque, tra lo scetticismo dei parenti e dei missionari, nel 1913. Con una donna al suo fianco, Hélène Bresslau, sposata nel 1912, dopo che Hélène aveva ottenuto il diploma di infermiera, conseguito per realizzare il sogno comune con il marito, e fermo nell’idea di impegnarsi a raccogliere fondi, sollecitando amici e conoscenti e tenendo concerti e conferenze per realizzare il sogno di costruire un ospedale in Africa.

Ma c’era stato un dono speciale che in Europa non poteva lasciare: un pianoforte singolare, dono della Società bachiana di Parigi, progettato per resistere all’umidità e alle termiti africane.

Il pianoforte partì allora con lui, assieme alle altre cose che l’accompagnarono, tra cui una settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale. 

Le giornate di Schweitzer passavano poi a curare le malattie quali lebbra, febbre gialla, ulcera tropicale, vaiolo… che affliggevano la popolazione di Lambaréné.

Il pianoforte divenne il suo compagno di ogni giorno, e su questo continuò a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non era impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici.

Coloro che hanno conosciuto l’angoscia e il dolore fisico sono uniti nel mondo intero da un legame misterioso. Chi è stato liberato dalla sofferenza e dalla malattia deve camminare davanti all’angoscia e alla sofferenza e contribuire come può alla salute altrui, soleva ripetere.

L’amore per la musica, che suonò per tutta la vita, lo portò ad amare profondamente Bach.

La musica di Bach gli dava energia e conforto. Una passione che si espresse nel 1905 anche attraverso la pubblicazione del suo primo libro, J. S. Bach, il musicista poeta.

Nel 1952 Albert Schweitzer fu insignito del Premio Nobel per la pace con il cui ricavato fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato l’anno successivo con il nome di Village de la lumière, villaggio della luce. 

Non posso concludere che glossando la frase di Schweitzer: coloro che hanno conosciuto l’angoscia e il dolore fisico sono uniti nel mondo intero da un legame misterioso. Chi cammina sulla strada della sofferenza e dalla malattia deve camminare davanti all’angoscia e alla sofferenza e contribuire come può alla salute altrui.


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