Di Manuela Orsini Merani

Tre anime che si intrecciano in un’unica figura di spicco culturale, quella di Maria Primerano: cardiologa oncologica per professione, pianista per vocazione e scrittrice per interiore necessità.

Insieme all’amico Giancarlo Cauteruccio, regista, direttore di scena e pioniere di teatro, sono due personalità di rilievo della cultura contemporanea calabrese e nazionale.

L’autrice Primerano si esibirà il 18 luglio alle 10, a Pratovecchio per Naturalmente pianoforte festival, dove suonerà Satie sul testo da lei scritto e dedicato a un artista di razza come il celebre Amedeo Modigliani.

Mette nero su bianco le sue storie che ha dentro da una vita. Trasforma il silenzio in melodia. La scrittura e la musica sono stati i suoi salvagenti da sempre, in un percorso doloroso di malati e malattie.

«Mi spingono a superare ciò che sono costretta a vedere portando le mie attenzioni altrove, ossia su una bella storia da raccontare, o su una bella musica da studiare e suonare. Da questa forza interiore sono nati tutti i miei libri e i relativi concerti.»-spiega l’autrice.

Argomenti dei suoi studi musicali, delle sue letture, delle curiosità artistiche che il cervello ha focalizzato e catalogato in idee.

Quando riemergono, se è il momento giusto per accoglierle si trasformano in libri, o concerti con il suo tocco inconfondibile.

«Ogni tanto scherzo e dico che nella mia testa ci sono tanti personaggi in fila, si scavalcano e magari si prendono a pugni, per arrivare primi e avere attenzione. Ma se io non sono in vena ad accogliere quella idea, non se ne fa nulla e tornano indietro ad aspettare un altro turno. Tra questi Chopin, nonostante sia tra i miei autori preferiti, ancora non è arrivato il momento di scrivere su di lui. Eppure gli appunti del libro che lo riguardano risalgono al 2013 e anche il titolo del libro!»

Descriviti con lo stesso modus operandi che adoperi per i tuoi personaggi.

«Inquieta, creativa, focosa, impaziente, visionaria, estrosa e stravagante, non a caso innamorata di Erik Satie.»

Ad aggiungersi al repertorio di autori nelle sue corde: Satie, Debussy, Poulenc, Rachmaninoff e Domenico Scarlatti che sarà il protagonista del suo prossimo libro. Una storia di Musica e di Amore nella Spagna del 700, corredata da un recital con le sonate di Scarlatti.
«E’ un autore molto brillante e adoravo le sonate che ho portato all’ottavo anno di pianoforte. Una sera di qualche mese fa mi venne in mente di risuonarle. Trovai i miei vecchi libri e attaccai a suonare. Le mani andavano da sole, tanto le avevo studiate. Considera che il mio ottavo anno risale al 1977. Mi è ritornato di colpo quel fascino spagnolo, quella elettricità e mi pareva di sentire Rizzo Longone, all’epoca il mio insegnante, che mi diceva “ queste sonate ti stanno benissimo”»

Come gestisci l’equilibrio emotivo tra il rigore scientifico e la vicinanza umana necessaria in oncologia?

«Difficile rispondere. Essere artisti significa avere una sensibilità superiore. Per cui vedere e curare ammalati, soprattutto oncologici quando mi chiamano in urgenza perché qualcuno sta male, mi affido al Signore con un bel segno della croce.»

Hai rituali o routine per la scrittura — orari, musica, luogo ideale?

«Non ho rituali per la scrittura. Mi concilia un ambiente sereno, tranquillo e silenzioso, magari con gli uccelli che cantano, o il rumore delle foglie al vento.
Non a caso tutto i miei esami in conservatorio sono stati preparati nella residenza al mare circondata da un giardino dove le cicale cantavano sulle note del mio pianoforte. Seduta sulle panchine nei parchi di Firenze ho preparato molti dei miei esami.
Da diversi anni lavoro in un ospedale immerso in un giardino, un ex sanatorio antitubercolario, ora ospedale oncologico, il verde concilia la mia anima e la creatività si affaccia alla mia mente.»

Che ruolo ha la narrazione nel dare senso alla malattia per il paziente e per chi lo cura? Ci sono state storie senza violare la privacy che ti hanno particolarmente toccato dentro e lasciato un insegnamento?

«Credo che musica e scrittura siano terapeutici sia per gli ammalati sia per scrittori, o pianisti stessi.
Un pomeriggio venni chiamata in urgenza in oncologia per un’ammalata molto grave.
Giunta al suo capezzale, mi resi conto della situazione difficile. Era necessario metterla in una determinata posizione, cioè la testa doveva stare più in basso rispetto agli arti inferiori
Il tutto venne realizzato in maniera concitata e la paziente rimase senza parrucca.
Mi sentì morire per averle scoperto un “segreto.”
Un’altra volta trasferì nella notte una donna anziana in unità coronarica per un infarto acuto. Erano le due di notte e la figlia che dormiva con lei nel reparto di medicina dove prestavo servizio non poteva raggiungerla dove si trovava. Dove la mandavo questa figlia in lacrime alle due del mattino?
Le dissi di ricoricarsi nel letto lasciato dalla madre sperando che non ci fosse bisogno del posto letto.»

Come definiresti “cura” in una frase breve? È più atto tecnico o gesto umano?

«Curare significa capire le esigenze del malato e cercare di risolverle senza farglielo pesare. Rassicurare, incoraggiare, ridere, scherzare, ironizzare.»

Qual è il consiglio più prezioso che hai ricevuto e che ancora porti con te?

«I consigli nella vita e nella professione mi vengono innanzitutto da mio padre, cardiologo a Catanzaro, fondatore della prima UTIC cioè unità di terapia intensiva cardiologica in città, aperta nel 1979, dove io ho lavorato e lui era primario.
Oggi sento ancora la sua autorevolezza e la sua competenza sulle mie spalle e prima di agire mi rapporto sempre a lui -cioè mi chiedo cosa avrebbe fatto, come si sarebbe comportato in quella determinata situazione- purtroppo è venuto a mancare dal 2014 e mi ha lasciato tanti buoni insegnamenti.»


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